Per un adolescente, oggi, lo specchio non è soltanto quello appeso in bagno, è uno schermo
che si accende, una foto condivisa, un selfie con gli amici, una foto dell’outfit prima di
uscire; diventa dunque un’immagine filtrata oggetto di critiche, like, commenti e
visualizzazioni: questi ultimi non sono più semplici numeri, diventano vere e proprie misure
di valore.
Questo fenomeno non è limitato all’Europa occidentale. Dai sobborghi di Los Angeles, alle
favelas brasiliane, dalle scuole della Corea del Sud ai quartieri residenziali di Tokyo,
l’impatto dei social sull’autostima dei giovani è ormai quotidiano, nonostante app e culture
diverse, il fenomeno resta sorprendentemente simile.
Lo scopo originario dei social era quello di connettere, ma ogni giorno che passa sviluppano
sempre più una competizione tra utenti, ogni cosa pubblicata diventa una richiesta implicita
di approvazione, è come se il valore personale venisse ridotto ad una metrica: piaci, esisti,
non piaci, scompari.
Negli Stati Uniti, documenti interni delle grandi aziende tecnologiche hanno mostrato come
alcune piattaforme siano consapevoli del loro impatto negativo sull’autostima degli
adolescenti, in particolare delle ragazze. Il confronto corporeo, alimentato da filtri e immagini
irrealistiche, ha contribuito all’aumento di disturbi alimentari, ansia e depressione.
In Corea del Sud, dove la pressione sociale e scolastica è già molto alta, i social rafforzano
una cultura della perfezione che non ammette errori. Gli adolescenti imparano presto che
mostrarsi vulnerabili può essere rischioso, mentre apparire impeccabili è quasi un dovere. In
Brasile, invece, la visibilità online diventa spesso una forma di riscatto sociale: chi non riesce
a emergere sente di fallire due volte, offline e online. In Giappone, la paura del giudizio
pubblico e dell’esclusione digitale alimenta il silenzio e l’isolamento, contribuendo in alcuni
casi al ritiro sociale.
A rendere tutto più complesso c’è il cyberbullismo. A differenza di quello tradizionale, non
finisce con la campanella della scuola. È continuo, pubblico, difficile da controllare. Un
commento offensivo, uno screenshot condiviso, un video diventato virale possono
compromettere in modo profondo l’autostima di un adolescente, lasciando ferite che durano
nel tempo. In molti casi documentati, le conseguenze sono state gravi: abbandono scolastico,
autolesionismo, depressione.
Eppure, ridurre il problema a una semplice “dipendenza dai social” sarebbe fuorviante. Il
punto non è la tecnologia in sé, ma il contesto in cui viene usata. I social diventano pericolosi
quando occupano uno spazio che nessun altro riesce più a riempire: quello del
riconoscimento, dell’ascolto, della costruzione di un senso di valore che non dipenda dallo
sguardo degli altri.
Molti adolescenti crescono senza un’educazione emotiva e digitale adeguata. Nessuno
insegna loro a distinguere tra realtà e rappresentazione, tra consenso online e valore
personale. Spesso anche gli adulti faticano a comprendere il peso emotivo di una storia
ignorata o di un post che non riceve reazioni. E così, mentre gli schermi diventano sempre più
presenti, il dialogo resta indietro.
Raccontare l’impatto dei social sull’autostima giovanile non significa demonizzare la
tecnologia né invocare un ritorno al passato. Significa, piuttosto, interrogarsi sul prezzo che
stiamo pagando in termini di benessere psicologico e relazionale. Significa riconoscere che,
dietro ogni profilo c’è una persona reale con insicurezze e che dietro ogni silenzio digitale
può nascondersi una fragilità profonda.
In una società che misura tutto, forse la sfida più urgente è insegnare ai giovani che il loro
valore non è quantificabile e non dipende da un algoritmo. E che nessun numero, per quanto
visibile, potrà mai raccontare davvero chi sono.
Dalila Giordano 5BC