«Sono un uomo malato… Sono un uomo maligno. Non sono un uomo
attraente». Questo è l’incipit che avvia il romanzo “Memorie del sottosuolo”
dell’autore russo Fëdor Dostoevskij. Un romanzo breve, al contempo intenso,
forse il romanzo più cupo e mesto dell’autore, che anela a sviscerare ogni
certezza sino a demolirla e lasciare così il lettore solo, indifeso, inerme.
«Ora voglio raccontarvi, signori… perché non ho saputo diventare nemmeno un
insetto», così procede la prima parte del racconto, un flusso di coscienza
filosofico ed esoterico che si trasfigura in una critica sociale al positivismo e al
razionalismo, vituperando la visione distopica che tenta di definire l’uomo in un
complesso razionale e scientifico dettato dalla logica del “due più due fa
quattro”. Bensì l’uomo è un essere guidato da una volontà irrazionale e libera,
che predilige l’uccisione del raziocinio e l’autodistruzione alla sottomissione
alla logica; così Dostoevskij definisce il “sottosuolo”.
La seconda parte del romanzo consiste invece nella narrazione di una
“memoria” dello scrittore. Il protagonista, con tratti ampiamente autobiografici,
è un uomo, senza risorse e protezioni, respinto nel “sottosuolo” dalla brutalità
della vita sociale e tormentato da un unico costante pensiero: «Io sono uno solo,
e loro sono tutti». Egli, in una sera di neve bagnata, si imbatte in una prostituta
alle prime armi, Liza, la quale, trovandosi più in basso di lui, diventa mezzo
provvisorio di sfogo. Nonostante ciò, egli finisce per innamorarsi di
quest’ultima, sino a idealizzarla e renderla suo pensiero fisso. Purtroppo,
l’amore tra i due non ha buon fine; infatti, il protagonista, tradito dall’utopia
plasmata dalla sua stessa mente, distrugge il legame formatosi, al seguito di un
episodio non previsto.
“Memorie del sottosuolo” non offre una risposta definitiva o una consolazione,
bensì condanna il suo protagonista e costringe il lettore nel disagio, non
esponendo una verità assoluta ma una scomoda riflessione: la libertà dell’uomo
è la sua stessa condanna. Il “sottosuolo” è luogo di emarginazione sociale,
rabbia e contraddizione, nel quale l’autore invita il lettore ad accedere per
comprendere il pensiero del suo protagonista. Il protagonista, in fondo, non è
altro che il riflesso di ogni uomo.
Antonio Maria Tornambè, IIICc