Chi è senza peccato scagli la prima pietra

Introduzione: Ivan il Terribile e suo figlio

Ivan il Terribile fu uno zar russo, vissuto nel XVI secolo, il soprannome è dovuto al
fatto che, come anche il figlio, educato secondo la stoltezza del padre, egli era reo di
molteplici massacri (come il massacro di Novgorod), di saccheggi, di torture e di
tutto ciò che oggi definiremmo “atti dispotici”.
Accadde un giorno che Ivan e suo figlio, suo omonimo, ebbero una lite: il figlio era
in disaccordo col padre riguardo le decisioni prese negli ultimi giorni, e siccome
entrambi erano come si suol dire “uno peggio dell’altro”, la lite sfociò in violenza:
andò insomma a finire che Ivan il Terribile prese il suo scettro e lo usò per percuotere
il proprio figlio sulla testa, causandogli una grave ferita alla tempia, questi sarebbe
morto dopo pochi giorni di agonia; ecco quindi la scena del dipinto che è raffigurato
in copertina: Ivan il Terribile tiene in braccio il figlio, capendo di averlo ucciso, poi
ingiuria se stesso, impreca e si dispera.
Per ironia della sorte lo zar, che era stato responsabile di atti di sadismo, fu infine
responsabile della morte del proprio figlio.

I buoni e i giusti

Ora ditemi, voi che avete senso di giustizia e siete i buoni e i giusti, voi che vorreste
cavare gli occhi ai vostri nemici e che credete nella vendetta: Con chi dovrebbe
vendicarsi, Ivan il Terribile, dopo che se stesso ha ucciso suo figlio? Chi dovrebbe
mandare alla forca e alla camera delle torture?
Capita spesso che, chi si crede la giustizia e grida alla violenza contro i propri nemici,
finisce per diventare peggio di loro.
“Spezzate, spezzate i buoni e i giusti” dice Friedrich Nietzsche, “bisogna diffidare dei
buoni e dei giusti più dei malvagi”.

La questione siciliana

C’è da dire che da noi in Sicilia, quella dei buoni e dei giusti sia proprio una piaga,
mi sento di fare questa filippica perché credo sia una questione molto pericolosa e
che soprattutto alimenta un pensiero volto alla distruzione del prossimo, che si basa
sulla vendetta piuttosto che nella comprensione dell’altro, molto sulla superbia nel
pensare di avere sempre ragione e nel chiudersi in se stessi e nel proprio modo di
intendere.
Purtroppo dove non si può capire si cerca sempre di trovare un nemico, di infangare e
collegare a questo una sorta di peccato o di crimine causato dal suo modo diverso non
solo di pensare, ma spesso anche di vivere, sia giusto o sbagliato.
Dopo che si è individuato il nemico pubblico, che lo sia veramente o no, si grida alla
lapidazione di quest’ultimo, alla pena di morte e alla punizione, si invoca la forca
perché si è preda della rabbia, anche magari quando questo nemico pubblico non ci
ha fatto niente di male, ma solo perché lo si trova sui giornali che spesso fomentano
l’odio. Detto questo io non voglio essere una sorta di protettore dei malvagi, ma
voglio far notare che la tortura e la pena capitale sono cose fredde e disumane, che
trasformano lo spettatore chiamato in giudizio in assassino e malvagio a sua volta;
facciamo quindi cadere questa convinzione del buono e del giusto ed accettiamo la
natura cattiva ma anche benevola dell’essere umano. Ad esempio Roma fu costruita
sopra la pietas verso il nemico, quando questa crollò, cadde anche l’Impero.

Contro la tolleranza verso gli intolleranti

Se tutti quanti fossimo convinti di aver ragione, se ci nascondessimo dietro le
istituzioni e le leggi (statali e non) per scaricare la nostra rabbia verso chi le viola
quando presumibilmente siamo persone modello (se si può esserlo), saremmo
assassini e ladri dello spirito libero dell’essere umano, di tutto ciò che è diverso e
bello nel mondo.
Restando in Russia, per me sarà sempre allucinante la storia dello scrittore russo
Dostoevskij, che fu condannato alla pena di morte perché faceva parte di un gruppo
di lettori di libri banditi.
Egli, nel suo romanzo “L’Idiota” ci descrive la freddezza della ghigliottina, del
sentimento che si prova prima di morire, di come un uomo con un foglio di carta in
mano annunci all’imputato che dovrà morire; per fortuna Dostoevskij fu salvato
all’ultimo e visse abbastanza per scrivere i suoi capolavori. Naturalmente non aveva
ucciso nessuno, ma in un paese che vietava la libertà di espressione e di pensiero
anche solo far parte di quel gruppo di lettori era un peccato capitale.
Ecco perché è così importante non avere tolleranza verso gli intolleranti e verso
coloro che vogliono mettere a tacere, è importante esprimersi anche in una società
che considera crimine e atto di infamia l’esprimersi, è importante avere pietà persino
dei malvagi, perché la rabbia che si rivolge verso il prossimo ritorna sempre verso se
stessi.

La strumentalizzazione della vendetta

Molto spesso il desiderio di vendetta viene strumentalizzato proprio da chi vuole farsi
vedere come buono e giusto, quindi i dittatori, i despoti eccetera.
Viene diretto verso una persona o un’entità che personalmente non ha fatto niente a
chi prova rabbia, ma che viene condannata a tal punto che anche se quel qualcosa o
qualcuno non ci ha fatto niente, proviamo sentimento di vendetta e condanna non
come comunità ma come persone; una ribellione che dovrebbe essere contro il male e
tutto ciò che è sbagliato si trasforma in un caso di vendetta individuale e voglia di
fare del male, e la rabbia che dovrebbe essere riservata per i casi veramente
scandalosi viene canalizzata verso qualcosa di distruttivo e verso il quale si sa che
non si può trovare una soluzione.

Diffidiamo di questi fomentatori e dispensatori di odio, perché così parlano: “Noi
siamo i buoni e i giusti, chi osa essere diverso da noi? Chi è quell'assassino che vuole
spezzare i nostri princìpi?”

Conclusione

Invito il lettore a dare le proprie opinioni sull’argomento e a riflettere come faccio
spesso io prima di scrivere, soprattutto invito ad essere, come dice lo scrittore Albert
Camus, così assolutamente liberi in modo tale che la propria stessa esistenza sia un
atto di ribellione contro l’assurdità di chi vuole imporre il proprio pensiero, voglio
che questo articolo non sia fine a se stesso ma che sia uno spunto di riflessione anche
contraria alla mia e di indignazione non fine a se stessa.