Nel mondo odierno si sente discutere sempre più spesso di “Rispetto”. Ha senso parlarne o è un
tema ormai scontato? A mio avviso, smetterà di essere necessario soltanto nel momento in cui le
discriminazioni saranno davvero scomparse ovunque. Le mancanze di rispetto, presenti persino in
società evolute e all’avanguardia come la nostra, non includono solamente le violenze fisiche, ma
possono essere inflitte da un’arma ancor più tagliente: la parola. Per danneggiare chi ci sta di fronte
è sufficiente, infatti, dar voce a un pensiero di troppo o, al contrario, non dire abbastanza.
L’etimologia del termine “Rispetto” affonda le proprie radici nel latino “respicio”, che significa
letteralmente “guardare di nuovo”: prendersi cura dell’altro, prestargli attenzione, vivere
all’insegna dell’empatia.
Eraclito sosteneva che ogni cosa esiste solo in relazione al proprio opposto. In ogni civiltà, in ogni
luogo, in ogni tempo, la cultura del rispetto ha convissuto con il non-rispetto, con la violenza
verbale e fisica.
Nel mondo greco, per esempio, si esaltava tanto la xenía, l’accoglienza dello straniero; d’altro
canto, però, il rispetto veniva meno nei confronti delle donne, degli schiavi e di tutti coloro che
non si conformavano alla mentalità della kalokagathía, trattati come oggetti (e non soggetti) di
diritto.
I Romani ricercavano la virtus, eppure non esitavano a perseguitare Ebrei e Cristiani.
Nell’età vittoriana si aspirava ad essere perfetti senza tener conto delle difficoltà altrui: Oliver
Twist camminava per le strade in cerca di aiuto, ma la noncuranza e il disprezzo regnavano
sovrani.
La dicotomia tra rispetto e non-rispetto è proseguita fino ai giorni nostri: se da un lato le donne,
dopo secoli di lotta, stanno conquistando pari diritti, dall’altro persistono stereotipi radicati nella
mentalità comune (come “donna al volante, pericolo costante”, “non fare la femminuccia”) che
abbattono in un solo attimo l’uguaglianza sostanziale.
Il rispetto non nasce dalle grandi gesta eroiche: basta poco per svoltare la giornata di qualcuno, e di
questo ho avuto conferma recentemente. Qualche settimana fa ho fatto volontariato presso la
mensa Caritas di Catania, una realtà in cui le mie emozioni sono state contrastanti. Mi sono
imbattuto in persone con innumerevoli sogni, impossibilitate a realizzarli per motivi che non
sempre dipendono da loro. Questo ambiente mi ha donato una nuova consapevolezza: siamo
chiamati al dovere di non cedere alla smania del giudizio immediato.
All’inizio del mio servizio mi mantenevo lontano dagli utenti, non tanto per timidezza ma per la
paura dettata dai pregiudizi. Pian piano, però, mi sono reso conto che ciò di cui avevano bisogno,
quasi più del cibo, era un po’ di empatia. Di quest’esperienza mi porterò nel cuore una frase di un
senzatetto di nome Lorenzo:
“Grazie. Grazie per aver rispettato la mia dignità. Ero seduto al tavolo da solo e sei venuto a farmi
compagnia”. Aveva bisogno di qualcuno che facesse il pane e anche di qualcuno che SI facesse
pane.
“Rispetto”, “empatia” e “dignità” sono parole nobili, immediate da comprendere, ma ardue da
mettere in pratica, soprattutto per gli uomini seduti ai tavoli del potere, che non esitano a scatenare
conflitti devastanti e a spezzare i destini di intere famiglie. A parer mio, tuttavia, la mancanza di
rispetto più grave non sta avvenendo nei Paesi in guerra… ma qui.
Noi occidentali crediamo di essere esenti da qualsiasi colpa. Accendiamo la televisione e, non
appena vediamo un bambino denutrito avvolto nel fumo degli spari, sussurriamo un debole
“Poverino!”, per poi spegnere tutto e tornare alle nostre vite felici, quasi come fosse un film
dell’orrore: fa paura, ma sappiamo che, una volta finito, non avrà ripercussioni sulla nostra
esistenza. Anche se non usiamo pistole o bombe, siamo comunque responsabili di un efferato
crimine morale: l’indifferenza. Dante non a caso colloca gli ignavi fuori non solo dal Paradiso ma
anche dall’Inferno, perché non c’è cosa peggiore di non prendere posizione.
E allora, cosa dovremmo scegliere nel 2026? Per coesistere e progredire davvero, ciascuno di noi
è chiamato, come afferma la Treccani, a “non demolire chi ha di fronte, ma provare a coglierne le
ricchezze”.
In un mondo in cui gli egoismi acquisiscono un ruolo sempre più preponderante, nasce un’esigenza
imprescindibile: educare i giovani e i meno giovani alla cultura del rispetto. L’uomo perfetto non è
colui che è proiettato in avanti, concentrato sui propri interessi e disinteressato dal resto, ma è chi si
abitua a “respicere”, a guardare indietro, a volgere lo sguardo in direzione dell’altro. Cerchiamo,
dunque, di essere disposti a camminare al ritmo del più lento… perché da soli si va più veloci, ma
insieme si va più lontano!