Nell’ultima assemblea d’istituto, durante le varie esibizioni degli studenti, ai quali era stato chiesto di
cantare un brano a propria scelta, un ragazzo ha deciso di portare “Donne ricche” del cantante
siciliano Tony Pitony.
Mentre l’intero palazzetto cantava con entusiasmo, la giuria osservava la scena con evidente
perplessità. Terminata l’esibizione, sono arrivate le critiche: alcuni professori hanno chiesto di
parafrasare il testo, probabilmente con l’intento di far emergere quello che, a loro avviso, sarebbe
stato un contenuto inappropriato o addirittura “problematico”.
La richiesta appariva quasi paradossale, come se in quel testo ci fosse davvero qualcosa di oscuro da
decifrare, quando in realtà il significato risulta piuttosto chiaro e immediato.
Così mi sono ritrovato a scrivere queste righe, con una domanda in testa: ma in Italia saremo mai
davvero pronti ad accettare certe forme di espressione artistica?
Per capirlo bisogna fare un passo indietro. Non per nostalgia, ma per memoria storica.
Negli anni ’60 e ’70 artisti come Giorgio Gaber o Mina venivano criticati e in alcuni casi censurati,
per contenuti che oggi sembrano quasi innocui. Sexus et politica, Destra e sinistra, oppure
L’importante è finire affrontavano temi sessuali e sociali con una libertà allora considerata scandalosa.
Renato Zero con Triangolo portava nel mainstream riferimenti sessuali e ambiguità identitarie che
anticipavano di decenni il dibattito contemporaneo.
Ogni epoca italiana sembra attraversare lo stesso ciclo: scandalo, rifiuto, moralizzazione, e infine
accettazione tardiva.
Persino Adriano Celentano, con Prisencolinensinainciusol, venne percepito come un’anomalia. Un
testo completamente inventato, costruito sulla fonetica dell’inglese, che oggi riconosciamo come
anticipazione della musica demenziale e persino di certe dinamiche globali della pop culture
contemporanea. All’epoca era semplicemente “strano”. O peggio: incomprensibile.
Non serve però tornare così indietro. Basta arrivare agli anni ’90 e ai primi 2000, quando Elio e le
Storie Tese portarono nel mainstream ciò che media e stampa definirono frettolosamente “musica
demenziale”. Una definizione comoda ma profondamente sbagliata.
Dietro l’ironia degli Elii c’era una struttura musicale complessissima: progressive rock, fusion, funk,
arrangiamenti sofisticati, citazioni colte e costruzioni armoniche da musicisti di altissimo livello. Il
comico non nasceva dall’incapacità, ma dall’eccesso di competenza. Era una parodia costruita
dall’interno della musica stessa.
Non a caso uno dei loro album porta un titolo in singalese volutamente provocatorio "Elio Samaga
Hukapan Kariyana Turu" , traducibile con un’espressione volutamente scatologica e dissacrante :
"sborriamo e scorreggiamo con Elio". Un gesto che oggi definiremmo perfettamente in linea con la
cultura meme contemporanea, ma che allora era semplicemente una provocazione artistica
consapevole.
Anche esperimenti come Rapput, progetto tra Claudio Bisio e Rocco Tanica, anticipavano l’uso del
linguaggio iperbolico, nonsense e volutamente sopra le righe che oggi vediamo diffuso nella comicità
musicale digitale.
Ed è qui che entra Tony Pitony.
Tony Pitony rappresenta uno spartiacque generazionale non tanto per la volgarità, che nella musica
italiana esiste da decenni, quanto per il contesto in cui essa viene recepita. Il suo linguaggio è
esplicito, irriverente, spesso volutamente eccessivo. Non cerca metafore elevate né filtri culturali:
punta direttamente all’impatto immediato, alla reazione collettiva, alla partecipazione del pubblico.
E funziona.
Il successo nasce proprio da questa assenza di mediazione. Pitony non chiede interpretazioni
accademiche; offre un’esperienza diretta, popolare, quasi carnascialesca. Il pubblico non analizza:
riconosce, ride, canta.
Ridurre il fenomeno alla sola provocazione sarebbe però superficiale. Dal vivo emergono qualità
artistiche evidenti: presenza scenica, controllo vocale, capacità di gestione del pubblico. Elementi che
spiegano perché il fenomeno non resti confinato al meme, ma diventi evento condiviso.
La vera contrapposizione con Elio e le Storie Tese sta qui: gli Elii smontavano la musica attraverso la
complessità tecnica; Tony Pitony la attraversa tramite l’istinto popolare. Due approcci opposti che
però condividono lo stesso principio fondamentale: usare l’irriverenza come strumento artistico.
A livello internazionale, la musica cosiddetta demenziale o satirica è sempre stata parte integrante
della cultura pop, dalla comedy rock americana fino alle parodie musicali europee, senza generare
ogni volta scandali istituzionali. In Italia, invece, permane una tendenza ciclica alla reazione
moralistica, soprattutto quando l’espressione artistica nasce fuori dai circuiti culturali tradizionali.
Ed è qui che la critica alle istituzioni diventa inevitabile.
Chiedere la parafrasi di un testo volutamente esplicito non è educazione artistica: è spesso un tentativo
di addomesticare ciò che sfugge ai codici culturali di chi giudica. Non si tratta di proteggere gli
studenti, ma di difendere una comfort zone generazionale. Il problema non è il contenuto, ma
l’incapacità di leggerlo nel suo contesto.
La storia della musica italiana dimostra che quasi ogni innovazione è stata inizialmente bollata come
degrado culturale da chi non possedeva gli strumenti per comprenderla. E spesso le critiche più
rumorose arrivano non da un’analisi musicale reale, ma da una semplice distanza culturale.
Forse la domanda giusta non è se l’Italia sia pronta per artisti come Tony Pitony.
La domanda è se le istituzioni culturali siano pronte ad accettare che la cultura popolare evolve più
velocemente di loro.
Perché, guardando indietro, ogni generazione ha avuto il suo scandalo musicale. E quasi sempre, col
tempo, quello scandalo è diventato storia.
Mattia Piazza, 4CL