La genesi del male
Fin da principio, la vita di ogni essere è costellata e adornata dalla sofferenza e dai
suoi derivati. Questa si mostra in qualunque epoca storica, ovunque si cerchi ve ne
sono testimonianze. Il famoso mito del vaso di Pandora, ad esempio, narra che
all'inizio gli uomini vivevano privati della sofferenza, giunta poi fra di loro quando
quel vaso venne aperto, riversando sul mondo mali del medesimo tipo: la vecchiaia,
la gelosia, la malattia, la pazzia ed il vizio. Sul fondo del vaso, però, risiedeva anche
la speranza (elpìs), la quale accompagnerà per sempre gli esseri umani nelle loro
disgrazie.
Speranza e sofferenza, Nietzsche come riferimento
Proprio quest’ultima ha un ruolo fondamentale nel nostro discorso: senza sofferenza
non v’è speranza, poiché la sofferenza stessa, che per antonomasia è il male, in realtà,
è compagna del bene infinito, il quale è la speranza, ma non solo: in un certo senso
distrugge l’individuo stesso che la prova e gli dà l’opportunità di ricostruirsi. Ci viene
in aiuto il filosofo tedesco Friedrich Nietzsche; nel suo “Così parlò Zarathustra” narra
di come prima il famoso predicatore orientale, (in italiano è Zoroastro) dica a se
stesso, come si direbbe al sole: ”Zarathustra deve tramontare” dopo aver passato dieci
anni sui monti, quindi poi si diriga verso il mercato cittadino attraverso il bosco.
Zarathustra, quindi Nietzsche, in un altro passo del libro paragona lo spirito ad un
cammello da soma, questo infatti si porta i propri dolori nel deserto, poi da cammello
lo spirito dovrebbe trasformarsi in leone, cioè vincere i propri dolori e dire: “Io
voglio”, infine dovrebbe trasformarsi in bambino e creare al di sopra di se stesso. Per
come la interpreto io, la sofferenza dunque per Nietzsche è mezzo di conoscenza:
estraniando l’individuo dal resto del mondo lo aiuterebbe infatti a vedere la duplice
natura delle cose; il dolore e le difficoltà andrebbero abbracciati, il deserto andrebbe
attraversato, poiché, almeno secondo me, la tranquillità non avrebbe senso se a farle
da sfondo non ci fosse questa inconscia e subdola consapevolezza: che esiste anche
un caos agghiacciante oltre a quell’infimo momento di tranquillità; parlerò anche io
per metafore: come un marinaio che naviga in acque limpide, ma che sa che nel giro
di un giorno, una settimana o un mese potrebbe arrivare una tempesta disastrosa. Così
l’essere umano naviga le acque incerte della vita, assaporando i momenti di gioia non
in quanto tali, ma in quanto unici e in apparenza infinitamente affascinanti, solo se
paragonati ai momenti di apparentemente infinita disperazione.
La sofferenza non è una medicina
Queste parole, tuttavia, rischiano di essere fraintese: la filosofia di Nietzsche non
esorta ad auto-indursi alla sofferenza come se fosse un’amara pillola, né tantomeno
questo articolo. Il nostro focus è un altro, non sempre la sofferenza è maestra, e non
la si vuole di certo glorificare. La speranza non è tanto prodotto della sofferenza in sé
ma è prodotto di quella miseria, di quel sentimento che si prova quando si sa di aver
subito un’ingiustizia, perché, s’intende, la sofferenza è ingiustizia, e senza ingiustizia
non esisterebbe giustizia.
Bene non seppi, fuori del prodigio che schiude la divina indifferenza
Arriviamo adesso al titolo dell’articolo stesso: “Spesso il male di vivere ho
incontrato” in onore della famosa poesia di Montale. Il poeta, nei suoi bei versi, ci
elenca una serie di cose che lo fanno soffrire: un ruscello strozzato, una foglia secca
che si incartoccia, un cavallo morto per terra; tutte cose che si riferiscono al basso,
quindi al terreno, quindi alle faccende umane. In una seconda parte della poesia
Montale ci dice: “Bene non seppi, fuori del prodigio che schiude la divina
indifferenza”, che parafrasando vuol dire: “Non ho conosciuto altro bene al di fuori
del miracolo che è svelato dalla indifferenza delle cose divine”, poi ci elenca una
serie di cose che lo fanno gioire: una statua nella tranquillità del pomeriggio, una
nuvola, un falco che vola; tutte cose che si riferiscono all’alto, quindi al cielo, quindi
alle faccende divine. Mi verrebbe da dire, capirete anche voi perché, che questo
contrasto tra umano e divino è anche il contrasto tra sofferenza e gioia, tra ciò che in
basso è angoscioso e ci rimanda alla morte e tra ciò che invece ci fa sperare in alto e
ci rimanda alla vita.
Confronto tra due modi di pensare
Montale in conclusione afferma di trovare spesso gioia nel non umano e sofferenza
nell’umano; questa mentalità si scontra con un’altra citata in questo articolo: quella di
Nietzsche. L’autore di “Così parlò Zarathustra” pensava invece che il suo
“superuomo” (ne parla spesso, proverò a dare una definizione a questo termine tanto
misterioso) avrebbe dovuto sorgere e tramontare tra la gioia e la sofferenza come fa il
sole, in particolare il superuomo sarebbe quell’essere che “ride come nessun uomo ha
mai fatto” ed è quindi libero dallo spirito della gravità, cioè dello spirito che dà
sofferenza e grave serietà alle situazioni. Infine, tra queste due mentalità, non c’è da
chiedersi quale sia giusta e quale sia sbagliata, ma c’è da imparare da questi grandi
autori in modo da farsi una propria opinione: chiedo infatti al lettore, fra tutte queste
citazioni e giri di parole, di farsi un’idea tutta sua su quanto detto; spero anche di
essere riuscito ad interessare.
Congedo
Vi lascio con una citazione di uno dei miei scrittori preferiti: Fëdor Michajlovič
Dostoevskij, tratta da una lettera che scrisse alla nipote, cui lui dice questo:
“Senza la sofferenza non capirai neanche la felicità. L’ideale passa attraverso la
sofferenza come l’oro attraverso il fuoco. Il regno dei cieli si ottiene con lo sforzo.”.
Dario Pantaleo, 3ES