“Mi chiamo Noelia Castillo Ramos, ho 25 anni e mi restano pochi giorni da vivere, in
effetti solo quattro: eh… sì fondamentalmente perché il 26 mi praticheranno
l’eutanasia. Sono sempre stata sicura di farlo”.
Ci sono voluti ben 601 giorni affinché Noelia si sentisse finalmente libera. Due anni
da quando nell’ottobre del 2022, a Barcellona, il suo ex compagno e altri tre in
discoteca l’hanno stuprata, smantellandole anima e corpo. Per cercare di spegnere
l’incendio che aveva dentro e che giorno dopo giorno la consumava, Noelia aveva
tentato il suicidio dal quinto piano di un palazzo: ma non muore, perché la vita sa
essere di un sadismo spietato; si è sfracellata il midollo spinale ed è rimasta
paraplegica intrappolata in quel suo corpo senza vita, in quella sua anima fatta a
pezzi, torturata da dolori neuropatici atroci ventiquattro ore su ventiquattro.
Una prigione di carne insopportabile, un’anima spenta, una vita di atroce condanna.
Aveva 13 anni quando i suoi genitori si separarono, una casa pignorata e i fine
settimana ad aspettare il padre nei bar fino a tarda notte. L’hanno affidata allo Stato
ed è cresciuta in una solitudine che nessuno vedeva e di cui nessuno si curava. Noelia
non ha denunciato i suoi stupratori, perché certe ferite consumano anche la forza di
pretendere giustizia. Solo il buio attorno a lei e il tentativo di spegnerlo con ricoveri
psichiatrici, tagli, pillole… e un’adolescenza mai attraversata, perché le energie le
usava per restare in piedi. Nel 2024 chiede legalmente di morire e la giustizia le dà
ragione non una volta, ma cinque, fino al Tribunale Europeo dei Diritti dell’Uomo.
Suo padre per 20 mesi ha trascinato ogni sentenza in un nuovo ricorso e, quando non
ha più avuto strumenti legali ha detto: ”Non voglio più sapere niente di te, per me sei
già morta”. Rifiuta persino di pagare il funerale. Il 26 Marzo alle 18:00 nell’ospedale
Sant Camille di Sant Pere de Ribes, Noelia ha chiuso gli occhi da sola, scegliendo di
portare con sé solo quattro foto: lei che dipinge il ritratto della madre, la cagnolina
Wendy da cucciola, sé stessa con le treccine da piccola e il primo giorno di scuola
con il grembiule rosso. I soli attimi di leggerezza che è riuscita a trovare in
venticinque anni di esistenza, mentre i suoi aggressori non hanno mai visto un’aula di
Tribunale.
Il suo caso ha suscitato forti reazioni, e non solo in Spagna, sollevando interrogativi
difficili su trauma, cura, responsabilità, empatia… e su come le società sostengono le
persone nei loro momenti di maggiore vulnerabilità; un caso che ci ricorda come
dietro ogni dibattito legale ci sia una persona reale, con una storia di dolore che il
sistema non è riuscito a proteggere in tempo e ci mette di fronte ad una verità
scomoda: cos’è fallito prima, per arrivare a questo punto? Il dibattito sul diritto
all’eutanasia è acceso e complesso: mentre alcuni vedono in essa una scelta di dignità
e di rispetto per l’autonomia personale, altri temono che accettarla possa
compromettere il valore intrinseco della vita umana. La riflessione etica rimane
centrale per le società contemporanee, chiamate a cercare un equilibrio tra il rispetto
per la vita e la libertà di scegliere. Viene da chiedersi se il crimine più grande è stato
lasciarla andare o non averla protetta. Alcune storie non hanno risposte chiare, solo
domande che rimangono con noi a lungo. Buon viaggio, Noelia.
MI CHIAMO NOELIA
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