C’è una frase che gira e che, stavolta, non sembra costruita per fare hype.
Fakemink ha detto: “Non voglio indossare poliestere. Non penso che qualcuno
dovrebbe.” Non è una frase tecnica, non è un’analisi da designer. È più
semplice, e proprio per questo pesa di più: è una presa di posizione.
Se ci pensi un attimo, il poliestere è ovunque. Nei negozi, online, nelle cose che
compri senza pensarci troppo. È diventato normale. Talmente normale che
nessuno si chiede più cosa sta indossando davvero. Guardi il taglio, il brand,
come ti sta addosso. Ma sotto c’è plastica. E quella plastica non sparisce.
Il problema non è solo sulla pelle; è molto più grande. Il poliestere deriva dal
petrolio, e ogni volta che lo lavi rilascia microplastiche che finiscono
nell’acqua. Secondo l’International Union for Conservation of Nature, circa
il 35% delle microplastiche negli oceani proviene proprio dai tessuti sintetici.
Tradotto: quello che indossi oggi, in qualche forma, domani è nel mare. Dentro i
pesci. Dentro l’ambiente.
E poi c’è il ritmo folle del fast fashion. H&M, Zara e simili hanno costruito un
sistema dove i vestiti durano poco perché devono durare poco. Nuove collezioni
continue, prezzi accessibili, qualità sacrificata. Ti abituano a comprare, buttare,
ricomprare. È un loop. E il poliestere è perfetto per questo modello: costa poco,
si produce veloce, si replica all’infinito.
Ma la cosa più strana è che questo meccanismo non si è fermato ai grandi nomi.
Si è infiltrato anche nei brand nuovi, quelli che teoricamente dovrebbero
rappresentare un’alternativa. Realtà come Cold Culture o Scuffers e tanti altri
sulla stessa linea spesso nascono con un’estetica curata, un’immagine forte, ma
poi si muovono seguendo esattamente le stesse logiche: trend veloci, drop
continui, identità poco definita. Non sono fast fashion in senso classico, ma lo
sembrano. Cambia il packaging, non il meccanismo.
Ed è qui che la frase di Fakemink prende senso davvero. Non sta dicendo solo
“non mi piace questo materiale”. Sta dicendo: basta accettare tutto senza
pensarci. Basta comprare roba solo perché “sembra giusta”. Basta farsi
trascinare da quello che va in quel momento.
Perché alla fine la scelta è molto più personale di quanto sembri. I vestiti non
sono solo estetica. Sono abitudine, standard, modo di stare al mondo. Se ti abitui
a indossare qualcosa che vale poco, che dura poco, che inquina tanto, stai
accettando un certo tipo di logica. E quella logica poi la ritrovi ovunque.
Non è questione di diventare estremisti o fare i puristi dei materiali. È questione
di iniziare a guardare meglio. Toccare i tessuti, leggere le etichette, capire cosa
stai pagando davvero. Magari comprare meno, ma con più criterio.
La verità è che il poliestere non sparirà domani. È troppo comodo per
l’industria. Ma questo non significa che tu debba accettarlo senza pensarci. E
forse è proprio da lì che si parte: da una frase semplice, quasi brutale, come
quella di Fakemink, che ti costringe a fermarti un secondo e chiederti se quello
che indossi è davvero quello che vuoi rappresentare.