So can I call you tonight?

Al giorno d’oggi per relazionarsi con qualcuno basta fare un click, cosa che ci permette di mantenere i rapporti con i nostri conoscenti, ma è l’ignoto che ci attrae, infatti finiamo sempre per l’entrare in contatto con persone di cui sappiamo ben poco.
Il web 2.0 ci apre un mondo parallelo, che da virtuale diventa concreto, in cui è difficile comprendere chi si celi dietro lo schermo.
Questo sta portando ad un cambiamento della società, sempre più plasmatrice, in cui i maggior protagonisti sono gli adolescenti. E’ diffusa la consapevolezza di quanto tempo i ragazzi passino sui social, in questo periodo più che mai, pertanto siamo noi quelli più esposti a rischi che, pur conoscendo, tendiamo ad ignorare.
Questo è il motivo per cui all’interno del web si vengono a creare dei fenomeni vorticosi che coinvolgono minorenni (e non) a commettere azioni che probabilmente, con un uso controllato di questi mezzi, non si sarebbero verificate.
Nella grande maggioranza dei casi è centrale la sfera della sessualità, che fortunatamente con il passare del tempo diventa sempre meno un tabù, ma che si esplica nella mancanza del pudore, della dignità della persona e della privacy. Come se il corpo perdesse la propria identità per essere venduto, diventando merce di scambio.
 
Vi sono casi in cui questi errori vengono commessi dagli stessi adolescenti, ad esempio lo scandalo, che sconvolse l’opinione pubblica, delle Baby Squillo. Quest’ultimo riguarda proprio l’abuso di ragazze minorenni da parte di uomini, per piaceri sessuali, malattie mentali o motivi di business.
Nasce dalle hot-chat, dai video erotici, con persone mascherate dietro falsi profili che, attraverso proposte di facili guadagni, inducono le ragazze alla prostituzione, senza remore.
Il caso più noto è quello avvenuto nel 2013 riguardante le due Baby Squillo di Parioli, una dei quartieri più prestigiosi di Roma.
“E’ iniziato come un gioco” affermano le ragazze, ma da abitudine sporadica si è trasformata in fonte di guadagno. I soldi erano indispensabili per abiti, borse griffate, serate, vacanze e anche droga.
La colpa, però, non è stata addossata solo alle ragazze, ma anche ai loro clienti, cercando di dimostrare come questi fossero consapevoli della loro minore età, evidente sia dalle foto ricevute che da frasi del tipo “cerco papi” o “oggi mamma non c’è” spesso usate dalle ragazze.
Talvolta la divulgazione non è compiuta dai soggetti in questione, che ne diventano le vittime. Si tratta in questo caso di revenge porn, ciò consiste nella condivisione di immagini o video senza il consenso dei protagonisti, allo scopo di ledere la reputazione della persona coinvolta. In alcuni casi il fine diventa ancora più meschino, ovvero quello di lucrare su queste foto. Può accadere che la vittima sia a conoscenza dell’esistenza del materiale di divulgazione oppure no.
E’ il caso delle liceali di Modena e Reggio Emilia, le quali nel novembre 2017 vennero a conoscenza della divulgazione di centinaia di foto hot inviate su WhatsApp.
Secondo le vittime, come spesso accade, la colpa era di uno dei loro ex fidanzati, incapace di accettare la fine della relazione.
L’ennesimo esempio è quello di una ragazzina 13enne, che nel dicembre 2014 fu convinta da tre ragazzi a compiere atti sessuali all’interno di un garage. Questi vennero filmati ed inviati a centinaia di coetanei ancora tramite WhatsApp.
 
Da tutti questi fatti di cronaca emergono l’ingenuità, la cupidigia e talvolta la mancanza di autocontrollo dei ragazzi, ma anche la malvagità e l’amoralità degli adulti che ne abusano.