La misteriosa morte di Kurt Cobain

Kurt Cobain, il frontman del noto gruppo musicale Nirvana e fondatore del genere grunge, ci ha lasciati il 5 aprile 1994. Il suo corpo fu trovato senza vita nel suo appartamento di Seattle da un elettricista che lavorava al sistema antifurto della villa del cantante. Gli Americani su queste cose sono molto precisi e il detective della polizia di Seattle indica come causa del decesso “ferita da fucile autoinflitta”; perciò per il detective il caso è abbastanza chiaro: si tratta di un suicidio. C’è anche una lettera scritta a righe ondeggianti e molto nervose con una penna rossa che la tiene piantata ad una lavagnetta di sughero per gli appunti, è indirizzata a un certo Boddah. Il detective scopre subito chi è questo Boddah. Boddah non esiste, è solo un amico immaginario, l’amico immaginario che Kurt aveva sin da bambino. La lettera inizia con parole oscure: “Vi parlo dal punto di vista di un sempliciotto un po’ vissuto che preferirebbe essere uno snervante bimbo lamentoso.” Poi Cobain continua: “Io non provo più emozioni nell’ascoltare musica e nemmeno nel crearla, questo mi fa sentire terribilmente colpevole. A volte mi sento come se dovessi timbrare il cartellino ogni volta che salgo sul palco. Mi sento troppo fottutamente triste, il piccolo triste sensibile.” Successivamente scrive: “Perché non posso divertirmi e basta? Non lo so, non ho più nessuna emozione. È meglio bruciare in fretta che spegnersi lentamente.” Così scrive Kurt Cobain nella lettera. Per il detective è chiaramente una lettera di addio di un suicida.

La moglie Courtney Love ammette di essere preoccupata per il marito da tempo e soprattutto dopo due principali episodi. Il primo era successo il 14 marzo, a Roma, quando Kurt era stato ricoverato d’urgenza per un’overdose di alcool che lo aveva quasi ucciso. Sembrava che lo avesse fatto apposta a ridursi in quel modo, afferma Courtney. Il secondo episodio avvenne quattro giorni dopo, il 18 marzo. Courtney aveva chiamato la polizia perché Kurt si era chiuso in una stanza con una pistola. Proprio a causa di episodi simili sono la moglie e la band che si preoccupano mettendogli d’innanzi due alternative: o si fa curare o niente più amici, niente band e niente ragazza. In clinica Kurt ci resta solo pochi giorni, nel pomeriggio telefona a Courtney e le dice: “Ricordati soltanto di questo. Qualsiasi cosa accada, ti amo”. Poi dice al personale della clinica che va in giardino a fumarsi una sigaretta e invece scavalca il muro di cinta e scappa, torna a Seattle e qui sparisce. Courtney ingaggia un investigatore privato, un ex sceriffo di Los Angeles che si chiama Tom Grant. Lo cercano tutti Kurt ma non lo trovano.

Il 5 aprile, Kurt si chiude nella serra della sua villa e, secondo la ricostruzione della polizia, si inietta eroina e Valium, si infila un fucile in bocca e preme il grilletto con il pollice. Tre giorni dopo, l’8 aprile, lo vede l’elettricista.

Ma qualcuno pensa che c’è qualcosa che non torna in questa tragica fine. Lo sceriffo Grant, per esempio, assunto da Courtney per ritrovare Kurt. L’autopsia indica con precisione la dose di cocktail, di Valium e di eroina presente nel sangue di Kurt al momento in cui dovrebbe essersi sparato col fucile: sono 225 ml, tre volte la dose letale per una persona. Per lo sceriffo Grant, tutta quella droga lo avrebbe spedito in overdose impedendogli di mettere tutto apposto nella scatola di sigari e poi di spararsi. Ma lo sceriffo nota altre stranezze. Non ci sono impronte digitali, anzi, non sono presenti impronte leggibili sul fucile, sulla scatola di cartucce e sulla penna che ha scritto il messaggio, come se fossero state pulite da qualcuno. E poi c’è quel biglietto scritto a Boddah che non sembra una lettera di suicidio, piuttosto un annuncio di voler lasciare la musica. Non accenna niente che fa pensare ad un suicidio se non nelle ultime righe, che sono tra l’altro leggermente diverse dalla calligrafia delle precedenti. Per lo sceriffo Grant è chiaro che Kurt Cobain è stato ucciso.

Ma se è stato ucciso, chi è stato? Per molti che appoggiano questa ipotesi, Kurt è stato ucciso dalla moglie Courtney Love perché questo voleva lasciarla, l’aveva anche esclusa dal testamento. Courtney avrebbe avuto anche un complice che si chiama Michael DeWitt. Michael stava a Roma con Courtney quando Kurt aveva avuto l’overdose ed era anche a Seattle proprio nei giorni in cui Kurt era scappato dalla clinica. Lo sceriffo non ci vede nemmeno chiaro su un certo El Duce, Eldon Hoke, il cantante dei Mentors. El Duce rilascia una dichiarazione in cui dice che Courtney gli avrebbe promesso 50.000 dollari per uccidere il marito. Molti pensano che si sia inventato tutto, ma El Duce è anche disposto a sottoporsi alla macchina della verità, esito della quale non si saprà mai nulla perché El Duce un giorno esce con un amico, un tale che gli amici di El Duce non conoscono nemmeno. I due si divertono, bevono, si drogano e poi vanno a farsi un giro nelle parti della stazione ed El Duce finisce sotto un treno. Lo sceriffo Grant indaga su chi può essere l’amico con il quale El Duce ha passato la giornata prima di morire ed esce un nome: Allen Wrench. Un personaggio strano, esperto di arti marziali. Allen confessa di avere ucciso lui El Duce e di avere ucciso anche Kurt Cobain.

Per lo sceriffo Grant c’è qualcosa che non quadra anche nella tesi dell’omicidio e continua ad indagare cercando prove per riaprire il caso, il quale continua a rimanere chiuso senza trovare mai uno spiraglio di luce.

L’unica cosa che è sicura è che Kurt Cobain è morto e che per i fan è stato un poeta e un musicista, un uomo come tanti altri con dei problemi e delle dipendenze che lo hanno via via consumato.

È sempre meglio bruciare in fretta che spegnersi lentamente.

 

Gemma Montaperto IIIBC