E’ l’alba di giovedì 11 Settembre, quando Paolo Mendico, 14 anni, decide di farla
finita. A poche ore dall’apertura dell’anno scolastico, Paolo (di Santi Cosma e
Damiano, in provincia di Latina) non ce la fa più a tornare fra i banchi di scuola, non
ce la fa più a rimettere lo zaino sulle spalle perché è diventato troppo pesante per le
spalle di un ragazzino fragile e sensibile. Chissà se quella notte Paolo ha dormito o
se, invece, è rimasto sveglio, gravato da mille pensieri, cercando un modo per uscire
da quel mostruoso labirinto che i suoi coetanei avevano costruito attorno alla sua vita.
Un ragazzo vittima di bullismo da anni, vittima di quel fenomeno sociale che emerge
a causa della parte peggiore della collettività; un ragazzo carico di solitudine e di
dolore, quel muto dolore che lacera quotidianamente, quel senso di impotenza che si
protrae per lunghe interminabili ore, giornate, mesi, anni…
Il suicidio è figlio di una disperazione profonda, della perdita totale della speranza,
quella speranza che le cose cambino, che si possa non essere più invisibili al mondo,
che qualcuno finalmente ascolti.
“Vorrei stare in prima fila, lasciatemi uno di questi banchi” avrebbe detto Paolo nel
suo ultimo messaggio registrato sulla chat della classe; quella sera i ragazzi
discutevano sui posti in classe, senza litigi apparenti, senza tensione: compagni che
rispondono: “Ok, ok, va bene”. Nessun conflitto e Paolo appariva tranquillo nella
chat ma, in casa con la madre non lo era e, sempre quella sera, avrebbe detto:
“Ricomincia la scuola, è finta la libertà, la tranquillità, non ci voglio più andare”.
Amava suonare la chitarra, la batteria, pescare con il padre. La musica, forse,
impegnava la sua anima, tenendola lontana dalla sofferenza. Paolo non era solo
preoccupato dei banchi, aveva tagliato i capelli lunghi (che tanto amava) per non
diventare ancora una volta bersaglio dei commenti dei compagni. Erano in quattro ad
averlo preso di mira, ai quali si erano aggiunti altri. Dopo aver scritto in quella chat,
Paolo cena con mamma e papà e sale, poi, nella sua cameretta in primo piano. Non
tornerà più.
Le procure di Cassino e quella dei minori di Roma hanno aperto un’indagine per
istigazione o aiuto al suicidio; i familiari hanno dichiarato che gli insulti, le prese in
giro erano continuati per anni, fin dalle elementari, che avevano segnalato agli
insegnanti e ai genitori dei compagni, ma senza che nulla cambiasse. L’istruttoria del
Ministero si sta confrontando con due inchieste diverse: quella della procura dei
minori di Roma, che sta accertando la posizione di alcuni compagni di classe che
avrebbero preso di mira Paolo, e quella della procura di Cassino, a cui spetta
verificare se nel comportamento degli adulti coinvolti nella vicenda (dirigenti,
professori e personale scolastico) si possano ravvisare reati o omissioni. Il rapporto
ispettivo avrebbe individuato tre componenti del personale scolastico, divisi tra la
sede principale dell’istituto e quella distaccata, frequentata dal 14enne, che non
avrebbero fatto tutto il possibile per arginare gli episodi di bullismo. La scuola si
difende, sostenendo che non erano giunte denunce formali e che Paolo frequentava lo
sportello psicologico; che, secondo la versione ufficiale, non c’erano segnali che
facessero scattare protocolli straordinari.
“Era diverso Paolo”, dice il padre tra le lacrime. La radice di questi drammi è il
terrore della diversità, quando essere diversi significa anche solo avere una sfumatura
di originalità, da cui scaturisce il panico conformistico.
“Non inveite contro un altro Paolo”: questo è l’appello che i genitori rivolgono ai
ragazzi che hanno distrutto i sogni del loro figlio; “Accettate chi è diverso da voi”,
chi è sensibile, onesto… Accettate di vivere in serenità con chi si dimostra umano nei
vostri confronti”. Parole che solo dal coraggio e dall’empatia possono scaturire.
Un ragazzo che avrebbe dovuto vivere i suoi sogni e la sua vita si è sentito
schiacciato dal peso dell’indifferenza di una società malata. Nel 2025 si può ancora
morire a causa del bullismo? Sì, e vicende come quelle di Paolo ce lo dimostrano.
Ciao, giovane Paolo, ora sei finalmente libero.
Damiana
Morreale 4BC